51.4, L’uomo è antiquato, di Gunther Anders

Günther Anders L’uomo è antiquato,– Bollati Boringhieri 2007

 

Sotto i riflettori del presente

L’uomo è antiquato è uno di quei libri che non invecchiano perché non appartengono al loro tempo, ma a una soglia. Pubblicato a partire dal 1956, nasce dall’esperienza-limite del Novecento – Hiroshima, la Shoah, la guerra fredda – ma non si esaurisce nella diagnosi di un’epoca. Anders non descrive una crisi storica contingente: individua una mutazione antropologica. L’uomo moderno, sostiene, vive in un mondo che ha costruito ma che non riesce più a immaginare, a sentire, a portare moralmente su di sé. Per questo è “antiquato”: non perché superato culturalmente, ma perché fuori scala rispetto alle proprie opere.

Il concetto che regge l’intero edificio teorico è quello di dislivello prometeico. L’uomo sa produrre molto più di quanto sappia immaginare; immagina più di quanto riesca a sentire; sente più di quanto riesca ad assumere come responsabilità. Ne deriva una sproporzione radicale tra potenza tecnica e capacità morale. Non siamo diventati cattivi: siamo diventati inermi. L’orrore non nasce dall’odio, ma dalla normalità funzionale. Hiroshima non è un crimine passionale, è un’operazione riuscita.

«Siamo più piccoli delle nostre opere.»

Accanto a questo dislivello, Anders individua una nuova forma di alienazione, che chiama vergogna prometeica. L’uomo non si vergogna più di ciò che fa, ma di non essere all’altezza delle macchine che ha costruito. La tecnica, perfetta, affidabile, ripetibile, diventa il metro tacito di valore; l’umano, per contrasto, appare difettoso: fragile, lento, impreciso, mortale.

«Non ci vergogniamo di ciò che facciamo, ma di non essere all’altezza delle cose che facciamo.»

È qui che L’uomo è antiquato smette definitivamente di appartenere al secondo Novecento e diventa un libro del presente. L’intelligenza artificiale non smentisce Anders: lo porta a compimento. Non inaugura una nuova epoca, ma rende strutturale quella condizione di inadeguatezza che Anders aveva visto emergere. Il dislivello prometeico oggi non riguarda più soltanto la distruzione materiale o l’arma totale; riguarda la cognizione delegata. Le macchine non fanno soltanto: valutano, prevedono, decidono.

L’uomo addestra modelli che non comprende pienamente, utilizza risultati che non saprebbe ricostruire, accetta decisioni che non potrebbe rifare da sé. Il dislivello non è più solo tra fare e immaginare, ma tra pensare e comprendere ciò che pensa al posto nostro. L’IA è il primo apparato che rende la comprensione umana non necessaria al funzionamento del mondo. Non è ostile, non è malvagia: è efficace.

La vergogna prometeica, in questo nuovo scenario, cambia forma. Non nasce più dal confronto con la forza meccanica, ma con la competenza statistica. L’IA “sa” più di noi perché ha visto più dati, più casi, più correlazioni. L’uomo non si sente inferiore perché debole, ma perché lento, parziale, situato, narrativo. In una parola: umano. La macchina non umilia apertamente; è l’uomo che si ritrae, che delega, che accetta. Non per costrizione, ma per rassicurazione.

Qui emerge uno dei nuclei più inquietanti del pensiero di Anders: la responsabilità senza colpa. Nei sistemi tecnico-amministrativi nessuno vuole il disastro, e proprio per questo nessuno se ne sente responsabile. L’azione è frammentata, distribuita, mediata. La colpa si dissolve nella procedura.

«L’orrore non ha bisogno di cattivi: gli basta gente normale che faccia bene il proprio lavoro.»

Applicata all’IA, questa intuizione diventa esplosiva. Chi è responsabile di una decisione algoritmica? Il programmatore, il dataset, l’azienda, l’utente? La risposta reale è: nessuno in senso pieno. La colpa non scompare, ma diventa sistemica. L’uomo continua a “fare bene il proprio lavoro”, mentre il mondo procede per corretta esecuzione.

Per Anders il vero collo di bottiglia non è mai stato tecnico, ma immaginativo e morale. L’IA rende questo limite definitivo. Le decisioni che contano – su credito, lavoro, sorveglianza, informazione, guerra – avvengono senza scena tragica, senza pathos, senza dramma. Il mondo non finisce: funziona.

«Viviamo in un’epoca in cui l’apocalisse non è un evento, ma una condizione.»

In questo orizzonte l’uomo non è più il soggetto sovrano del senso. Diventa l’anello debole del sistema, il punto lento, emotivo, incerto. Non perché inutile, ma perché non più necessario. È qui che l’aggettivo “antiquato” mostra tutta la sua forza: non indica l’obsolescenza, ma l’esclusione silenziosa.

L’uomo è antiquato non propone soluzioni, non offre consolazioni, non chiede di fermare la tecnica. Chiede qualcosa di più arduo: rendere l’uomo all’altezza della potenza che esercita. Oggi, davanti all’IA, la sua domanda risuona con una chiarezza spietata: possiamo ancora dirci responsabili di ciò che non comprendiamo fino in fondo?

Esposto in una “sala”, questo libro non è un classico da venerare, ma un oggetto attivo, che continua a irradiare una domanda senza risposta. Non invita all’adesione, ma alla sopportazione. Non promette salvezza, ma rende impossibile l’ingenuità. Ed è per questo che, oggi più che mai, merita di stare sotto i riflettori.

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